Dogane e Internazionalizzazione

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Dogane e Internazionalizzazione.

Cessioni all’esportazione di cui all’articolo 8, primo comma, lettera b), del DPR 26 ottobre 1973, n. 633 – Sentenza Corte di Giustizia UE emessa il 19 dicembre 2013 nel procedimento C-563/12 – nuovo orientamento

RISOLUZIONE 98/E

Da più parti sono stati richiesti chiarimenti in merito alla corretta applicazione della disposizione contenuta nell’articolo 8, primo comma, lettera b), del DPR 26 ottobre 1972, n. 633, che disciplina le esportazioni di beni con trasporto a cura del cessionario non residente (c.d. esportazione indiretta), stabilendo che tali cessioni possono godere del regime di non imponibilità a condizione che i beni escano dal territorio comunitario entro 90 giorni dalla consegna al cessionario non residente.
In particolare, laddove non si acquisisca la prova dell’avvenuta esportazione, ovvero quest’ultima avvenga oltre i 90 giorni dalla data di cessione della merce, il contribuente, al fine di non incorrere nella sanzione di cui all’articolo 7, comma 1, del D.Lgs n. 471 del 1997 (50% del tributo), è tenuto a regolarizzare l’operazione entro i successivi 30 giorni dallo spirare dei 90 giorni.
Al riguardo, è stato chiesto di riesaminare l’interpretazione dell’Amministrazione finanziaria secondo cui, quando la merce fuoriesce dal territorio dell’Unione Europea oltre i 90 giorni previsti dal predetto articolo 8, primo comma, lettera b), l’operazione è imponibile, a nulla rilevando la circostanza che la merce sia stata comunque esportata, alla luce della sentenza della Corte di Giustizia della UE, emessa in data 19 dicembre 2013 nel procedimento C-563/12.
Direzione Centrale Normativa.
Con la citata sentenza emessa nel procedimento C-563/12, la Corte di Giustizia ha valutato la legittimità del termine di 90 giorni previsto dalla legislazione ungherese – molto simile a quella italiana – ai fini della detassazione delle cessioni all’esportazione di cui all’articolo 146, paragrafo 1, lett. b), della direttiva 28 novembre 2006, n. 2006/112/CE, e, più in generale, la possibilità per i singoli Stati membri di vincolare l’esenzione dell’operazione al rispetto di un determinato termine per il trasferimento fisico dei beni all’estero.
Al riguardo, i Giudici della Corte hanno precisato che l’articolo 146, paragrafo 1, lettera b), della direttiva n. 2006/112, che consente di esentare le cessioni di beni spediti o trasportati fuori dall’Unione da un acquirente, o per conto del medesimo da un terzo deve essere letta in combinato disposto con l’articolo 14, paragrafo 1, della stessa direttiva, ai sensi del quale si considera «cessione di beni» il trasferimento del potere di disporre di un bene materiale come proprietario.
In particolare, la Corte ha chiarito che “dal termine «spediti», contenuto nell’articolo 146, paragrafo 1, lettera b), deriva che l’esportazione di un bene si perfeziona e l’esenzione della cessione all’esportazione diviene applicabile quando il potere di disporre del bene come proprietario è stato trasmesso all’acquirente, il fornitore prova che tale bene è stato spedito o trasportato al di fuori dell’Unione e che, in seguito a tale spedizione o trasporto, esso ha lasciato fisicamente il territorio dell’Unione” (cfr. par. 25).
Per quanto concerne il termine stabilito dallo Stato membro entro il quale i beni devono essere spediti fuori della UE, i Giudici hanno evidenziato, sia che “Contrariamente alle disposizioni della direttiva 2006/112 relative al diritto a detrazione richiamate dal governo ungherese, ai sensi delle quali tale diritto è esercitato, in via di principio, nel corso dello stesso periodo durante il quale è sorto, l’articolo 146, paragrafo 1, lettera b), di tale direttiva non prevede una condizione in base alla quale il bene destinato all’esportazione deve aver lasciato il territorio dell’Unione entro un termine preciso” (cfr. par. 26), sia che “Tuttavia, come deriva dall’articolo 131 della direttiva 2006/112, le esenzioni previste ai capi da 2 a 9 del titolo IX di tale direttiva, di cui fa parte l’articolo 146 della stessa, si applicano alle condizioni che gli Stati membri stabiliscono per assicurare la corretta e semplice applicazione delle medesime esenzioni e per prevenire ogni possibile evasione, elusione e abuso” (cfr. par. 28).
Sul punto, la Corte ha, altresì, affermato che “In particolare, quanto al principio di proporzionalità (…) gli Stati membri devono far ricorso a mezzi che, pur consentendo di raggiungere efficacemente l’obiettivo perseguito dal diritto interno, portino il minor pregiudizio possibile agli obiettivi e ai principi stabiliti dalla normativa dell’Unione in questione” (par. 30) e “anche se è legittimo che i provvedimenti adottati dagli Stati membri tendano a preservare il più efficacemente possibile i diritti dell’erario, essi non devono eccedere quanto è necessario a tal fine” (par. 31). Poiché la lotta contro evasioni, elusioni ed eventuali abusi è un obiettivo riconosciuto ed incoraggiato dalla direttiva 2006/112, in via di principio è “consentito agli Stati membri stabilire un termine ragionevole per le esportazioni, che tenga conto delle pratiche commerciali nell’ambito delle esportazioni negli Stati terzi, al fine di verificare se un bene oggetto di una cessione all’esportazione sia effettivamente uscito dall’Unione” e “imporre al venditore di un bene destinato all’esportazione un termine preciso entro il quale tale bene deve aver lasciato il territorio doganale dell’Unione costituisce un mezzo appropriato a tal fine” (par. 34 e 35).
Conseguentemente, aggiungono i Giudici, “il fatto che una cessione di beni destinati all’esportazione sia assoggettata all’imposta in forza di una normativa come quella di cui al procedimento principale qualora il bene in questione non abbia lasciato il territorio dell’Unione entro il termine previsto dalla stessa, non comporta, di per sé, che tale normativa debba essere ritenuta non proporzionata” (par. 37). “Conformemente al principio fondamentale inerente al sistema comune dell’IVA, tale imposta si applica ad ogni operazione di produzione o di distribuzione (…). Ne deriva che la cessione di un bene destinato all’esportazione può, in via di principio, essere assoggettata all’imposta qualora l’operazione in questione non soddisfi, entro un termine ragionevole stabilito dalla normativa nazionale applicabile, le condizioni dell’articolo 146, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2006/112” (par. 37).
Tuttavia, la Corte, pur ammettendo la presenza di un termine al fine di verificare se un bene oggetto di una cessione all’esportazione sia effettivamente uscito dal territorio della Comunità, ha ritenuto che “una normativa nazionale (…) che assoggetta l’esenzione all’esportazione a un termine di uscita, con l’obiettivo, in particolare, di lottare contro l’elusione e l’evasione fiscale, senza per questo consentire al soggetto passivo di dimostrare, al fine di beneficiare di tale esenzione, che la condizione è stata soddisfatta dopo lo scadere di tale termine, e senza prevedere un diritto del soggetto passivo al rimborso dell’IVA già corrisposta in ragione del non rispetto del termine, qualora fornisca la prova che la merce ha lasciato il territorio doganale dell’Unione, eccede quanto necessario per il conseguimento di detto obiettivo”. (par. 39).
Con riferimento alla disciplina interna, rispetto all’orientamento della Corte, emerge che il termine di 90 giorni stabilito dall’articolo 8, primo comma, lettera b), del DPR n. 633 del 1972, entro il quale la merce deve essere esportata affinché la cessione sia considerata un’operazione non imponibile ai fini dell’IVA, non contrasta con la Direttiva comunitaria.
Del pari, risulta aderente al tessuto comunitario anche la procedura di regolarizzazione prevista dall’articolo 7, comma 1, del decreto legislativo n. 471 del 1997, da attuare, da parte del cedente nazionale, allo spirare del suddetto termine di 90 giorni, laddove non abbia la prova che il bene è uscito dal territorio nazionale.
Diversamente, non è in linea con la decisione della Corte la soluzione di negare il beneficio della non imponibilità, nonostante sia possibile dimostrare l’uscita dei beni dal territorio doganale dell’Unione, seppure dopo lo scadere del predetto termine, e di non consentire il recupero dell’IVA corrisposta in sede di regolarizzazione.

Pertanto, preso atto dell’indirizzo della Corte europea, si ritiene che il regime di non imponibilità, proprio delle esportazioni, si applichi sia quando il bene sia stato esportato entro i 90 giorni, ma il cedente ne acquisisca la prova oltre il termine dei 30 giorni previsto per eseguire la regolarizzazione, sia quando il bene esca dal territorio comunitario dopo il decorso del termine di 90 giorni previsto dal citato articolo 8, primo comma, lettera b), del DPR n. 633 del 1972, purché, ovviamente, sia acquisita la prova dell’avvenuta esportazione.
Si ritiene, altresì, possibile recuperare l’IVA nel frattempo versata ai sensi dell’articolo 7, comma 1, del citato decreto n. 471 del 1997.
In particolare, per quanto concerne le modalità di recupero dell’imposta versata in sede di regolarizzazione, il contribuente potrà procedere all’emissione di una nota di variazione ex articolo 26, secondo comma, del DPR n. 633 del 1972, entro il termine per la presentazione della dichiarazione annuale relativa al secondo anno successivo a quello in cui è avvenuta l’esportazione.
In alternativa, il contribuente potrà sempre azionare la richiesta di rimborso ai sensi dell’articolo 21 del D.Lgs. n. 546 del 1992, entro il termine di due anni dal versamento o dal verificarsi del presupposto del rimborso.
E’ evidente, infine, che laddove la merce risulti esportata oltre i 90 giorni ma, comunque, entro i 30 giorni previsti, ai fini della regolarizzazione, dall’articolo 7, comma 1, dei decreto n. 471 del 1997, e si abbia prova dell’avvenuta esportazione, il contribuente potrà esimersi dal versamento dell’imposta senza per questo incorrere in alcuna violazione sanzionabile.

Le Direzioni regionali vigileranno affinché i principi enunciati e le istruzioni fornite con la presente risoluzione vengano puntualmente osservati dalle Direzioni provinciali e dagli Uffici dipendenti.
Fonte: Agenzia dell’entrate

Sistema AIDA – Sdoganamento telematico in procedura domiciliata per i regimi all’esportazione. Disponibilità del servizio per i soggetti AEO.

Secondo quanto stabilito dall’ultima circolare 22/D del 26 novembre 2009, il servizio di sdoganamento telematico per le operazioni in procedura domiciliata è disponibile H23 presso gli uffici che assicurano un’operatività estesa alle 24 ore.

Presso i rimanenti uffici, il servizio è disponibile dall’orario di apertura sino all’ora in cui termina l’operatività dell’ufficio controlli, anticipata di un numero di minuti pari a quelli del tempo di intervento – registrato sugli archivi di AIDA – relativo al luogo autorizzato indicato nella dichiarazione.

In ragione dell’affidabilità e del grado di responsabilità richiesto ed assicurato dall’AEO nell’espletamento delle formalità doganali, sono state apportate modifiche al sistema AIDA per consentire, a partire dal 3 luglio 2012, esclusivamente ai soggetti che abbiano ottenuto il rilascio della certificazione comunitaria AEO di beneficiare del servizio di sdoganamento telematico in procedura domiciliata per le operazioni di esportazione e di esportazione abbinata a transito tutti i giorni dalle 1.00 alle 24.00.

 

Si ritiene utile precisare che, in base a quanto già disposto, le merci selezionate per il controllo (esito della dichiarazione “non svincolabile”) devono restare nel luogo autorizzato sino all’intervento del funzionario doganale, di norma effettuato nella fasce orarie e nei giorni di operatività degli uffici di controllo.

Tenuto conto della vigente normativa comunitaria in materia di restituzioni all’esportazione, le dichiarazioni della specie possono essere trasmesse dai soggetti AEO al di fuori dell’arco temporale di operatività dell’ufficio controlli effettuando il preavviso, di cui alla nota 8867/SAISA del 25 gennaio 2011, nel termine ordinario di 24 ore.

Per quanto concerne gli aspetti procedurali per l’esecuzione dei controlli connessi all’ estensione della disponibilità del servizio per i soggetti AEO si rinvia a quanto disposto con apposita circolare della Direzione Centrale Accertamenti e Controlli in corso di adozione.

Fonte: Agenzia delle Dogane

Svizzera e Norvegia – Dati sicurezza si o no?

NO!
Come potrete leggere da questo documento informativo, “Security Amendment” , rilasciato a Berna dal Dipartimento federale delle finanze Svizzero e precedentemente sottoscritto a BRUXELLES, viene precisato che la Svizzera, grazie ai negoziati con la Comunità Europea, in ambito di sicurezza è equiparata a uno Stato membro UE considerando i propri stadard di sicurezza equivalenti a quelli comunitari. Analogamente lo stato della Norvegia ha agito in questi termini. Pertanto, alla luce di questo documento, sia la Svizzera compreso il principato del Liechtenstain e la Norvegia, non necessitano dell’indicazione nelle operazioni doganali dei NOIOSISSIMI DATI SICUREZZA escludendo quindi anche la compilazione delle DICHIARAZIONI SOMMARIE DI USCITA e di ENTRATA.

ACCORDO DI LIBERO SCAMBIO UE-COREA

Grazie all’accordo tra UE e Corea del Sud viene centrato un significativo obiettivo verso il miglioramento dei nostri rapporti commerciali, con un’efficace ricaduta in termini di creazione di posti di lavoro e di crescita in Europa. L’ampio e innovativo accordo rappresenta un punto di riferimento per ciò che intendiamo raggiungere in futuro tramite altri accordi commerciali”, ha osservato il commissario De Gucht. “Una riduzione dei maggiori ostacoli non tariffari frapposti al commercio internazionale può infatti contenere i costi delle imprese quanto liberarsi dei dazi doganali, se non di più.” La data prevista per l’entrata in vigore dell’accordo è il 1° luglio 2011, a condizione che il Parlamento europeo dia il suo assenso e che lo stesso Parlamento europeo e il Consiglio abbiano nel frattempo varato il regolamento che attua la clausola bilaterale di tutela dell’accordo UE-Corea del Sud. Toccherà poi agli Stati membri UE ratificare l’accordo in base ai propri ordinamenti interni. Secondo i risultati di uno studio, l’accordo consentirà all’economia dell’UE di lanciare nuovi commerci di beni e servizi per un controvalore di 19,1 miliardi di euro; un altro studio prevede che gli scambi bilaterali UE – Corea del Sud potranno più che raddoppiare nei prossimi 20 anni. L’accordo eliminerà praticamente tutti i dazi doganali tra le due economie nonché numerosi ostacoli non tariffari. Gli esportatori europei di prodotti agricoli e industriali verso la Corea del Sud non pagheranno più tariffe doganali. Si pensi che per gli esportatori UE la sola eliminazione completa dei dazi comporterà un risparmio annuale di 1,6 miliardi. L’accordo spalancherà inoltre nuovi accessi al mercato dei servizi e degli investimenti, oltre a segnare un importante passo avanti nel campo della proprietà intellettuale, degli appalti pubblici, della politica di concorrenza nonché del commercio e dello sviluppo sostenibile. Nel 2009, il commercio di beni tra UE e Corea del Sud raggiungeva un valore di circa 54 miliardi di euro. In questo campo l’UE attualmente registra un disavanzo con la Corea del Sud, anche se il mercato coreano sembra offrire notevoli potenziali di crescita. In settori come prodotti chimici e farmaceutici, autoricambi, macchine industriali, scarpe, attrezzature sanitarie, metalli non ferrosi, ferro e acciaio, cuoio e pellami, legno, ceramica e vetro, l’UE gode di una notevole eccedenza commerciale. Anche nel settore agricolo la Corea del Sud è complessivamente uno dei più importanti mercati d’esportazione dell’Europa, con vendite annue superiori a 1 miliardo di euro. Nel settore dei servizi, l’UE registra un’eccedenza con la Corea del Sud pari a 3,4 miliardi di euro, avendo nel 2008 esportato per 7,8 miliardi e importato per 4,4 miliardi. In termini tariffari, entro 5 anni dall’entrata in vigore dell’accordo, Corea del Sud e UE avranno eliminato il 98,7% dei dazi in valore commerciale per prodotti sia industriali che agricoli. Entro la fine dei periodi di transizione, saranno eliminati i dazi su quasi tutti i prodotti (salvo alcune eccezioni nel settore agricolo). È la prima volta che un accordo di libero scambio negoziato dall’UE contempla un volume di scambi così amplia.

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